La morte di Maria Petrovna detta Marussia- epilogo

Federico Bebber
Federico Bebber

La neve le arrivava alle ginocchia e ogni passo era una fatica sovrumana; attorno vedeva un azzurro che non era azzurro, una muraglia che le pesava addosso sempre di più.
Davanti non aveva luci e sapeva che quelle dietro di lei erano sparite da un bel pezzo.
Le ginocchia le dolevano per l’acuto dolore dei muscoli troppo tesi, mentre aghi brucianti le trafiggevano le guance.
Sentiva solo il fruscio della neve sotto le scarpe che affondavano, sapeva di camminare da ore, ma l’unica cosa che riesciuva a pensare era :
-Andare a Ovest, riuscire a scappare, lasciarsi tutto alle spalle, l’Europa mi sta aspettando-
Nei bianchi guanti le dita le bruciavano per il freddo.
Ad un certo punto si accorse che le gambe non erano più le sue, si muovevano sotto di lei come si muove una ruota, come leve che si sollevano senza fatica.
E non era più stanca, stava bene, avrebbe potuto camminare così per giorni…ma un dolore improvviso tra le scapole la fece vacillare.
Poi, dopo un tempo che le parve eterno, si accorse che aveva iniziato a marciare di nuovo.
In un punto imprecisato c’era un confine, bisognava oltrepassarlo.
Ora non aveva più bisogno di comandare alle gambe di muoversi, le pareva di correre.
La guidava l’istinto animale della sopravvivenza, ben vivo anche nella disperazione.
E mormorava con le labbra semicongelate:
-Sei un buon soldato Marussia, un bravo soldato-
All’improvviso vide una figura nera che si muoveva in una linea retta attraverso le colline e l’orizzonte.
Cadde bocconi, mentre la neve le mordeva i polsi sotto le maniche e il cuore batteva furiosamente.
Poi alzò il capo e iniziò a strisciare lentamente in avanti.
Il soldato cittadino Ivan Ivanov al suo paese aveva una fidanzata diciottenne grassa che non vedeva l’ora di riabbracciare, quando avrebbe finalmente abbandonare la pattuglia di confine.
Camminava lentamente nella neve, soffiando sulle mani gelate, quando vide qualche cosa che si muoveva lontano in tutto quel biancore.
Ebbe l’impressione che non fosse nevischio.
Gridò:
-Chi va là?-
nessuna risposta; poi:
-Venite fuori, o sparo…-
Ancora silenzio, allora il soldato si grattò perplesso il collo e poi fece fuoco.
Una fiamma turchina ruppe le tenebre e un’eco profonda rimbombò lontano.
Nessun suono e nessun movimento fecero eco allo sparo.
Ivan Ivanov avrebbe dovuto andare a vedere, ma era troppo freddo, la neve troppo profonda, così pensò:
-Sicuramente era un coniglio-
e continuò la sua strada.

Immobile stesa bocconi le braccia tese in avanti, osservavo una macchia rossa che si allargava lentamente sotto di me.
Mi alzai a fatica sulle ginocchia e mi accorsi con stupore di essere ferita e di non provare dolore.
Potevo camminare; vacillando, con le spalle chine in avanti, la mano premuta sotto il seno sinistro per fermare l’emorragia, avanzavo, inciampando e barcollando, mentre gocce rosse di sangue cadevano sulla neve dall’orlo della gonna.
Non sentivo dolore, l’ultimo resto della mia coscienza era raccolto nella volontà di arrivare al confine, mentre le gambe diventano sempre più deboli.
Il capo mi cadeva in avanti e improvvisamente mi trovai stesa sulla neve; provai a rialzarmi e scivolai lungo un pendio giù per la collina..
Svenni; quando riaprii gli occhi mi accorsi di essere sull’orlo di un burrone; laggiù sotto di me si stendeva una sterminata pianura di neve che iniziava a risplendere di rosa e arancione colorata dalla luce dell’aurora.
Un albero solitario si innalzava lontano, i rami sottili e neri non avevano raccolto la neve.
Aspettava fiducioso una nuova primavera.
Sapevo di dover morire ma non aveva più alcuna importanza per me..
E sorrisi: il mio ultimo sorriso a tutto quello che, ora ne ero sicura, avrebbe potuto essere.
Così incontrai la mia morte il 13 gennaio del 1926 sotto il fuoco di un soldato di frontiera che da lontano nel nevischio mi aveva scambiato per un coniglio.
Avrei compiuto 21 anni nel febbraio seguente.

6 pensieri su “La morte di Maria Petrovna detta Marussia- epilogo”

  1. il fato… la morte la attendeva implacabile impercettibile nel freddo intenso ad un passo da quel mondo che fin da bimba le era il suo … strappata con violenza dalla realta di una nazione che cercava la sua identità nel popolo sfruttato proprio da quelli come i suoi genitori ..
    ma lei il suo sogno lo ha cercato voluto .. fin quando un soldato lo ha stroncato … bellissimo racconto triste .. e bravissima te ha proporlo in maniera dolce … 🙂

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