La morte di Maria Petrovna detta marussia

Sergey Marshennikov-Pieghe di seta da Liberaeva
Sergey Marshennikov-Pieghe di seta da Liberaeva

La storia di Marussia si racconta da sempre nella mia famiglia. Io l’ho solo “colorata” un poco.
Maria Petrovna, pur nella pietà che mi suscita la sua morte prematura, non incontra le mie simpatie.
Io penso che se non si è capaci di adattarsi anche ai cambiamenti più radicali che possono verificarsi nella nostra esistenza allora perdiamo per sempre quel treno della conoscenza che per me vale la vita stessa.
Nei miei boschi ci sono salici e castagni: quando le tempeste di vento imperversano mentre i salici si piegano duttili e non riportano danni i grossi castagni, forti e pesanti, hanno i rami schiantati. Nella vita solo i salici sopravvivono in modo degno…


Nel 1925 in Russia l’Armata Rossa aveva spazzato via anche le ultime tracce dell’Armata Bianca.
In quel paese sconfinato si era verificato uno dei più grandi e profondi sconvolgimenti che la storia ricordi.
A Leningrado, sui muri scrostati della stazione ferroviaria puzzolente di acido fenico usato come disinfestante per i pidocchi, spiccava la scritta:
-Lunga vita alla dittatura del proletariato; chi non è con noi è contro di noi-
Quando scesi stremata dal treno proveniente dalla Crimea rimasi un attimo a fissare quelle parole, con il piede sospeso sullo scalino di legno del convoglio.
Poi trascinandomi dietro uno stracciato fagotto che conteneva tutta la mia vita, mi diressi stancamente verso l’uscita.
Due soldati mi rivolsero la loro avida attenzione.
Conoscevo quello sguardo, avevo 12 anni quando gli uomini cominciarono a fissarmi così: fu allora che mia madre e Lydia iniziarono a pregare per la mia anima posseduta sicuramente dal demonio.

La ventenne Maria Petrovna, detta Marussia arrivò a Leningrado in pieno caos sociale e politico: era bellissima e soprattutto dotata di un innato portamento aristocratico che neppure l’informe abito che
indossava riusciva a dissimulare.
Quello che si ricorda di lei con assoluta precisione è quel berretto di maglia verde che portava, nonostante il caldo, a coprire di sghimbescio i ricciuti neri capelli.

Un tempo ero stata ricca, ma ora avrei dovuto lavorare, nella nuova Russia, perché le fabbriche di mio padre erano state sequestrate dalla Rivoluzione.
Provai di tutto, mi iscrissi anche all’università per diventare ingegnere, ma non mi riusciva di lavorare e studiare insieme, avendo a disposizione solo minestra di miglio e una stanza da dividere con altre tre persone.
Sbalzata in un mondo che mi era ostile, morti i miei genitori e Lydia uccisi dal tifo, le fatiche e i sacrifici di quella rivoluzione che stava sconvolgendo l’equilibrio mondiale non facevano per me.
E, cosa più importante, non mi sentivo più Russa in quella società così cambiata: volevo disperatamente l’Europa, quella che sognavo sempre, che aveva visto in qualche spezzone di film tedesco, volevo locali scintillanti dove danzavano belle donne con calze di seta, lussuosi ristoranti, letti con lenzuola calde e morbide, volevo dimenticare il passato e ritrovare tutto quello che avevo perduto.
Insomma quell’Europa che stava al là della frontiera e che guardava con curiosità e sgomento alla nuova Russia.
Pur di ottenere un passaporto che mi permettesse di fuggire da quella desolazione andai anche a letto col nemico. Diventai l’amante di un grosso esponente del partito comunista, Andrei Taganov, famoso per la
dedizione assoluta al partito; si diceva che dormisse solo con la bandiera rossa… questo fino a che non mi incontrò.
Ma mi lasciò con orrore quando capì che mi servivo di lui solo per poter fuggire dalla Russia dei Sovieti, dalla “sua” Russia.
Per vie legali non sarei mai riuscita a varcare la frontiera: in effetti non ero una brava cittadina sovietica, disertavo le riunioni, non socializzavo con gli altri giovani studenti come me. Poi c’era la mia ex-ricca nobile famiglia distrutta a marchiarmi per l’eternità.
Allora decisi di fuggire attraverso il confine lituano, durante l’inverno, indossando, per confondermi con il bianco della neve, l’abito di nozze della nonna che ero riuscita miracolosamente a salvare e una vecchia giacca di pelliccia spelacchiata e bianca.

A più tardi per l’epilogo

4 pensieri su “La morte di Maria Petrovna detta marussia”

  1. bello spaccato di una russia che ha spazzato via la nobiltà e che deve però fare i conti con tutte le altre forze .. mi riporta alla mente anastasia .. si ha ragione Bruciami .. aspetto l’epilogo

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