La preghiera della strega (prima parte)-Per adulti

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“Dichiaro, che tra le molte donne che io condussi al rogo per presunta stregoneria, non ve ne era una sola della quale avrei potuto dire con sicurezza che fosse una strega. Trattate i superiori ecclesiastici, i giudici e me stesso, come quelle povere infelici, sottoponeteci agli stessi martiri e scoprirete in noi tutti dei maghi.” (F. von Spee, confessore delle streghe condannate al rogo in Wurzburg 1631)

Orta, 16 novembre 1342.
Il piccolo centro sul lago, chiuso nelle mura fortificate, pareva rabbrividire dal freddo: i monti che calavano a picco sull’acqua scura erano già innevati, i camini fumavano, ormai era scesa la notte.
In quel giorno il Vescovo di Novara Giovanni de Plotis, con l’aiuto di Francesco di Bartolo, giureconsulto illustre, aveva condannato al rogo come strega una giovanissima donna, Chiara del Lago, così soprannominata perché era stata trovata in una cesta di vimini in riva all’acqua, tra i salici, da tal Marianna, erbaiola e guaritrice.
Chiara, in un sommario processo, fu accusata di aver calpestato la croce, di adorare il demonio, di aver fatto morire bambini con il solo tocco delle mani, di guarire usando erbe malefiche.
La sua unica colpa era in verità quella di essere troppo bella e sapiente nell’arte medica, la qual cosa stupiva e impauriva anche la sua madre adottiva, e soprattutto di rappresentare l’oggetto del desiderio di tutti i maschi della comunità.
E lei si concedeva con facilità, perché in quei tempi oscuri di feroce repressione della donna in quanto femmina Chiara faceva all’amore con entusiasmo e autentica gioia.
La luce del piacere riusciva a illuminare quell’oscuro disagio che si portava dentro da sempre.
Un giorno incontrò Francesco, il giureconsulto, il cui parere nella sua condanna definitiva al rogo fu così importante.
L’uomo se ne innamorò o meglio fu preso dai suoi seni perfetti, dal ventre liscio, da quel sesso caldo e accogliente, lui che nel letto si ritrovava una moglie fredda, secca, più anziana di lui, ma molto ricca.
E la ragazza lo corrispose, affascinata dal sapere e dall’importanza dell’amante, che tra le sue gambe diventava esigente come un bambino e ugualmente indifeso.
Ma quando la consorte venne a conoscenza di quello che in paese si mormorava su Francesco e Chiara costrinse il marito a denunciarla al Vescovo come strega.
L’alternativa era lo scandalo e la perdita di tutti i suoi beni.
Lui lo fece, anche se a malincuore, perché la ragazza era la femmina più femmina che avesse mai incontrato, ma in fondo era solo una donna, povera e figlia di nessuno.
Se poi la sua amante avesse raccontato della loro storia… chi le avrebbe mai creduto, una vagabonda, e in odore di stregoneria, per di più. Ovviamente sarebbe stato il demonio a ispirarle le eventuali parole di accusa.
Così, quando Chiara venne arrestata fu allestito uno dei primi processi di stregoneria di cui si ha notizia; poi inizierà anche in Italia la carneficina di donne innocenti, uno dei più vergognosi massacri che la storia ricordi.
Fu sottoposta dapprima al dolore lancinante delle frustate che le lasciarono la schiena ridotta a una piaga sanguinolenta, poi siccome le sue labbra rimanevano ostinatamente chiuse non ammettendo nessuno dei reati di cui veniva accusata né tanto meno la commistione con il demonio, fu sottoposta alla tortura della “corda”: dopo averle legato le braccia a un gancio del soffitto le venne applicato ai piedi un peso che aumentava fino alla inevitabile lussazione della spalla, tra dolori atroci.
Ma lei rimase muta, anzi neppure per una volta guardò negli occhi l’amante che in un modo così indegno si era liberato di lei.
Una strana sconosciuta forza la isolava dal suo dolore, lo percepiva, ma misteriosamente non era il suo corpo a soffrire era la sua anima, che si andava sfacendo in miseri brandelli di carne.
In cambio finalmente sapeva che cosa era l’odio, quel sentimento che, sconosciuto fino a pochi giorni prima, ora la dominava rendendola insensibile alle torture per avvicinarla sempre più a un mondo potente e oscuro al quale sarebbe tornata e da cui nella sofferenza sapeva confusamente di provenire.
Infine fu sottoposta allo schiacciamento dei pollici.
Il fatto che non piangesse né implorasse fu per quei solerti giudici una prova in più dei suoi stretti rapporti con Satana.
Pertanto venne condannata al rogo per l’indomani.
Da tre giorni non mangiava, le era stato concesso solo qualche sorso d’acqua.
Riportata nella fredda e umida cella nel sotterraneo del palazzo del governo, fu abbandonata sulla paglia sudicia, seminuda e sanguinante con un braccio che le pendeva da un lato come quello di un fantoccio rotto.
Le acque del lago arrivavano quasi a lambire la finestrella della prigione.
Chiara alzò gli occhi dal pavimento puzzolente e improvviso le piovve addosso il terrore della morte: la forza misteriosa che fino a poco prima l’aveva sostenuta, se n’era andata.
Ora era soltanto una ragazza instupidita dal dolore e dalla paura.
Cominciò a piangere, ma non si accorse che le sue lacrime erano perle azzurre, fino a quando non gliene cadde una su di una mano.
Allora, con quel frammento liquido di cielo sulla pelle, in un attimo capì il perchè si fosse sempre sentita diversa dagli altri, con quel lago oscuro come le acque là fuori che le dormiva dentro; aveva inconsciamente intuito di venire da un altro mondo; ora sapeva con sicurezza chi fosse quell’uomo che così spesso le appariva in sogno e quella donna, bella quanto e come lui, che le cantava nenie incomprensibili, mentre dagli occhi le scendevano lacrime simili a quelle che bagnavano le sue guancie.
Ora sapeva chi doveva pregare, Loro l’avrebbero salvata, Lui, che da sempre stava dentro la sua mente e il suo corpo.

(continua più tardi)

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