Il principe e la ballerina

ballerina

La ragazza si chiedeva spesso se ormai fosse troppo vecchia per fare la ballerina, se la lontananza protratta dal palcoscenico le avesse tolto quella grazia tagliente che piega il corpo tormentato per usarlo come strumento di movimento, di volontà.
Si rispondeva ostinatamente di no.
Era sicura di no.
Finché avesse avuto gambe e braccia, una schiena da piegare o contorcere, finché fosse stata in grado di muoversi, lei poteva danzare, ne era sicura.
Anche da sola.
Al freddo.
Nell’oscurità.
A volte, per quanto fosse tardi, per quanto facesse freddo nella vecchia casa malriscaldata, si spogliava e a piedi e seni nudi danzava sudando, ansando, una fitta crudele nel ventre, nella gola, nel cuore, spesso inciampando in ostacoli invisibili, un fianco sbatteva contro la sbarra, colpo di metallo contro la carne che la faceva crollare sul divano esausta e sconvolta.
Nonostante tutto non disperava di trovare di nuovo un principe, con cui danzare il suo Pas de deux.
Viveva nell’attesa di quel momento

Quando si sentiva più sola e disperata del solito, se ne andava nelle discoteche dove al prezzo di una birra poteva ballare tutta la notte sulle note convulse di ritmi ossessivi, un modo di danzare completamente diverso da quello alla sbarra: era un dimenarsi, contoncersi fino allo sfinimento, i capelli appiccicati al viso per il sudore.
Eppure , anche in mezzo a quel frastuono, lei riusciva a conservare quella rigida grazia che dava fierezza al corpo martoriato dal movimento.
C’era sempre qualcuno che, con la scusa della danza, cercava di rimorchiarla, e a volte lei accettava, sperando che il corpo le dicesse che finalmente aveva trovato il suo compagno, per danzare di nuovo il Pas de deux.
Come quando le si avvicinò quel ragazzo biondo.
-Sei una ballerina?- le urlò nell’orecchio l’impaziente voce giovanile- con quel corpo, sei una ballerina professionista?-
-Sì- rispose lei- classica- avrebbe voluto aggiungere.
-Posso offrirti qualche cosa? –
-Birra-
Poi, al buio, in macchina, lui la svestì, lentamente, finché non fu nuda, ubriaca, tremante..
-Quando ti muovi, il tuo corpo parla una lingua che non conosco, fammi capire.
E intanto le accarezzava i seni infantili dai capezzoli eretti.
-Vieni -disse lei- ti farò vedere…-

E lo guidò fuori, nel buio, nudi mano nella mano, dove cominciò a danzare per lui, una Salomé senza veli: strusciandogli i seni contro la schiena, intrappolandogli le cosce con le sue, sfuggendo alle ingorde mani maschili, inarcandosi,perfetta geometria di carne.
Lo invitò a casa sua, nell’appartamento vecchio e in disordine, con il letto traballante, pile di riviste di danza sparse ovunque, vecchie scarpette da ballo e scaldamuscoli.
Fece all’amore con lui lentamente, in silenzio, la testa reclinata nell’oscurità, e il rumore del vecchio termosifone che gorgogliava. Dopo, appoggiata su un gomito, gli parlò della danza, della passione, della differenza tra la fame del corpo e l’amore e lì, nell’oscurità, la sua voce fluiva ritmica come lo scorrere dell’acqua, come la musica.
Ma lui l’interruppe per dirle:
-Come sei bella- accarezzandola con tenerezza e semplicità; non la stava ascoltando.
-Allora posso chiamarti qualche volta?-
-Certo che puoi- rispose lei, chinandosi su di lui, il sudore dei seni quasi asciutto, osservando il suo viso dal sorriso vuoto.
Lo guardò vestirsi- jeans, canottiera strappata e giubbotto mimeetico-
Gli mise in mano il numero della sua lavanderia a secco.
No, non era il suo principe, non avrebbe mai potuto danzare con lui il Pas de deux.
L’attesa della sua vita continuava
Polvere, granelli di sporco appiccicati alla pelle, doveva lavarsi.
E si rifugiò sotto la doccia.

…Ma questo era ieri oggi la ragazza danza di nuovo, ha incontrato il suo principe per il Pas de deux…

A Monprince

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