Oggi vi racconto la storia delle Fate, le antiche sacerdotesse celtiche, alte, bellissime, vestite di bianco.

fata

Nel cuore dei boschi, nei luoghi selvaggi, presso le fonti immerse nell’umido muschio, all’ombra di alberi antichi, tanti e tanti anni fa si potevano intravvedere donne alte, vestite di bianco, dotate di incredibile bellezza.
Spesso le si poteva scorgere intente a danzare in una radura, nei cerchi di fate, tracce indubitabili del loro passatempo preferito, ma che per noi sono ormai soltanto anelli formati da miceli fungini.
Si facevano vedere preferibilmente nei dintorni dei dolmen, dove parevano essersi rifugiate; oggi sappiamo con sicurezza che i dolmen, come i menhir, sono rocce sacre agli antichi dei, spesso altari votivi eretti in tempi lontanissimi.
Negli appennini liguri se ne incontrano molti.
Pare che le loro apparizioni siano state abbastanza frequenti fino all’inizio del diciannovesimo secolo, pur tenendo conto che pochi furono i testimoni tanto coraggiosi da parlarne .
Si narra che fossero sempre pronte a venire in aiuto di chi le invocava purché si dimostrasse loro la deferenza cui avevano diritto in quanto esseri magici immortali.

Nelle fate sopravvivono le tre Parche romane ( le Moire greche), dee lunari vestite di lino bianco: Cloto, dal cui fuso nasce il filo della vita, Lachesi, che misura il filo stesso con la sua bacchetta e Atropo, quella a cui nessun sfugge, lo taglia con le terribili forbici.
A Roma le tre Parche erano rappresentate nel Foro da tre statue comunemente dette le tria fata.
Certo è che la parola fata viene appunto da fata plurale di fatum, il Destino.
Infine anche il fuso di Loto e la bacchetta di Lachesi si ritrovano nelle bianche signore: una delle loro principali occupazioni è appunto il filare e quanto alla bacchetta magica, beh, chi non la conosce?
Non ritroviamo invece le forbici di Atropo, e questo particolare è significativo: le fate sono divinità della vita, non della morte.

Ma rifacendoci a una ascendenza assai più vicina ai nostri giorni ecco le Fatae dei Galli, di origine celtica, incontestabili eredi delle Parche.
Erano antiche sacerdotesse che avevano preferito l’eremitaggio alla conversione al cattolicesimo.
Dovettero pertanto rifugiarsi in luoghi isolati, dolmen, grotte, antiche residenze di divinità pagane, di cui mantenevano il culto in segreto, protette dal timore che le loro pratiche magiche incutevano.
Poco sappiamo di queste sacerdotesse druidiche, vestite di bianco- da cui derivò appunto la definizione di bianche signore per le fate- che detenevano segreti terapeutici vegetali, praticavano diverse forme di mantica, proferivano maledizioni  contro i nemici( Tacito, Annales) e -stando a quanto racconta Strabone che nel primo secolo d.c. parla di una comunità di donne sacerdotesse stabilitesi su una isoletta alla foce della Loira- si abbandonavano a volte a un comportamento simile a quello delle Menadi.
Queste profetesse celtiche godettero agli occhi dei romani di grande prestigio per tutta l’epoca imperiale, fino alla fine del terzo secolo d.c.
Secondo Lampredo avrebbero annunciato ad Alessandro Severo la sua morte.
E Aureliano, riferisce Vopisco, interrogò le gallicanas druydas sul destino dei suoi discendenti.

Essendo poche e isolate le ultime sacerdotesse-fate non furono perseguitate dal clero.
Eppure temevano i preti, tanto da non sopportare il suono delle campane continuando a nutrire un forte rancore verso la chiesa perché le confondeva con gli spiriti delle tenebre.
I sacerdoti si limitavano a esorcizzarle da lontano.
Come è noto i giudici accusarono Giovanna d’Arco di aver ubbidito a loro e non, come da lei affermato, ai santi che le avevano parlato accanto a quell’albero considerato dal popolo consacrato a divinità pagane.
Di queste sacerdotesse celtiche divenute le nostre fate abbiamo un riscontro nella banshee, la fata irlandese, maga e messaggera dell’altro mondo che per viaggiare si trasforma in uccello, per lo più in cigno.
Non possono resisterle quelli a cui porge una mela dai poteri magici.

Lo so che nessuno oggi crede più alle fate: eppure quando cammino da sola nei miei boschi di castagni e pini,nel frusciare del vento o nello scorrere di un ruscello ne percepisco la presenza; a volte, nei giochi di luce tra i rami o sull’acqua le intravvedo, bianche, diafane , bellissime e ne sento la risata che si perde nel grido delle poiane…

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