There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy(Hamlet, act I scene v)

velotraimondi

 

Fu sul finire dell’estate del 2015, cinquant’anni fa, che avvenne l’incontro più straordinario di tutta la mia vita.
Avevo deciso di lasciare il mio lavoro di esperto informatico per dedicarmi completamente alla stesura di quello che diventò poi un bestseller : “L’uomo delle acque” il mio primo romanzo, a cui devo il successo come scrittore.

Durante un viaggio nelle Highlands mi ero innamorato della Water Valley vicino al confine con l’Inghilterra. Il verde lì era incredibile, il paesaggio unico e le case in affitto costavano poco.
Mi installai in una piccola abitazione a Moffat con il mio portatile i miei libri e una riserva di ananas in barattoli che allora era il mio alimento perferito. Trovai anche una donna di mezz’età, Elinore, che s’impegnò a farmi le pulizie due volte alla settimana.
Avevo trentanni e in testa un vulcano di idee.
Naturalmente, appena arrivai nella mia nuova casa, si mise a piovere : quando mai il sole dura più di un giorno in Scozia?
Mi immersi nel libro, sentivo che stavo scrivendo qualche cosa di buono, che avevo fatto la scelta giusta. Quando dopo 5 giorni spuntò finalmente il sole decisi di uscire a respirar un poco d’aria buona perlustrando la campagna nei dintorni.
Fu così che scoprii i resti dell’Abbazia di Enrico, come la chiamavano là.
Più che un’abbazia quello scheletro di muri anneriti con strane bifore e colonne intorcigliate mi ricordava un palazzotto sinistro dallo stile imprecisato.
Ma non era così: quelli erano davvero i resti di un’abbazia cistercense costruita intorno all’anno Mille , rimaneggiata nei secoli successivi e data alle fiamme da Enrico VIII intorno al 1540. Insomma seguì la sorte della più famosa “sorella”, l’abbazia di Melrose.
Mentre mi aggiravo tra queglio spettri del passato attraverso una bifora aperta sul verde dei campi e sull’azzurro slavato del cielo vidi brillare, in fondo alla valle, uno specchio d’acqua; non sapevo ci fosse un laghetto nelle vicinanze.
Incuriosito mi incamminai velocemente giù per la collina scivolando sull’erba bagnata quando lo vidi: stava seduto su una colonna spezzata immobile come una statua di Bastet la dea gatta.
Era un soriano fulvo molto grosso, un maschio sicuramente, con gli occhi verdeazzurri, un colore straordinario anche per le pupille di un felino.

Io ho sempre amato i gatti e proprio quella mattina avevo pensato di tornare a Londra per portarmi in Scozia l’adorato Rupert, l’unica compagnia che avrei voluto nel mio volontario isolamento.
Mentre mi chinavo per accarezzarlo il gattone con mossa fulminea si voltò e prese a correre verso il laghetto, la coda diritta come un timone.
Lo seguii, incuriosito. In pochi minuti arrivai sulla sponda di quella che si rivelò essere piuttosto una palude, dalle acque scure e limacciose, infestata da piante acquatiche che crescevano alla rinfusa dando al luogo un aspetto sinistro: in perfetta armonia con l’abbazia , mormorai tra me. Infatti lessi su un cartello inchiodato a un albero che proprio al tempo di Enrico VIII quella conca d’acqua era stata usata come cimitero per parecchi dei monaci uccisi .
Rabbrividii: allora mi accorsi dello sguardo del micio fisso su di me, pareva tentasse di dirmi qualche cosa.
-Vieni qui micione…- mormorai allora piegandomi sulle gambe per essere al suo livello. Lui miagolò, un miagolio inquietante, di dolore e poi sparì con due balzi nella vegetazione fitta e disordinata alle sue spalle.
Lo cercai, inutilmente. Tornai a casa frastornato: non vedevo l’ora che arrivasse Elinore il giorno dopo per raccontarle del mio strano incontro e per sapere di chi era quel bellissimo felino .

-Elinore, ieri ho scoperto l’abbazia, il laghetto; e ho incontrato qualcuno..-
-Chi? alla gente del posto non piace passeggiare nei dintorni dei ruderi, tanto meno arrivare allo stagno-
-Un gatto, ho incontrato un bellissimo gattone fulvo con gli occhi ..-
-Verdeazzurri, finì lei-guardandomi in uno strano modo
-Allora lo conosce, sa di chi è-
Un silenzio lungo e pesante come un macigno si frappose tra di noi. Poi la donna voltandosi verso il lavello mormorò:
-Non può aver visto quel gatto, se fosse vivo ora avrebbe all’incirca 60 anni.
Però le credo se dice di averlo incontrato. Non è il primo lei; e io sono sicura che tra terra e cielo accadano troppe cose che noi non sappiamo spiegare-
Sorrisi tra me, Elinore senza saperlo aveva citato Shakespeare e l’Amleto.
Poi, realizzate le sue parole, mi alzai di scatto, le andai vicino e le chiesi di raccontarmi la storia di quel felino.
Naturalmente conoscevo le superstizioni degli scozzesi, le loro storie di fantasmi , quindi ero pronto a sorbirmi l’ennesima favola per grandi e piccini.

-In paese, proprio nell’ultima casa laggiù che ora è abbandonata, al tempo della seconda guerra mondiale viveva la famiglia Bomar: padre, madre e una figliola, Kelly.
La ragazza, che i due avevano avuto in età avanzata, era molto bella, non pareva neppure figlia loro; ancora si racconta del colore dei suoi occhi, nerissimi con strane pagliuzze dorate che sotto il sole risplendevano e dei suoi capelli altrettanto scuri che, contro la moda di quegli anni, portava lunghi e lisci sulle spalle.
Dicevano che era strana: d’estate girava per i prati intorno all’Abbazia(e qui la cattolica Elinore si fece il segno della croce) con un vestituccio bianco scolorito parlando con l’inseparabile gatto Rufus come fosse un cristiano .
E il gatto, un grosso micio tigrato rossastro dalle insolite pupille verdeazzurre, la seguiva ovunque. Un giorno mio fratello Andrews, che riposi in pace, la vide sotto la pioggia con il vento che le portava via l’ombrello sfilacciato, chinarsi verso Rufus e dirgli ridendo qualche cosa. Fu allora che il gattone si alzò sulle zampe posteriori e cominciò ad acchiappare le gocce d’acqua, come fossero farfalle.
Capite i gatti odiano l’acqua…
La risata di Kelly rimase nelle orecche di Andrews per tutta la vita. Fuggì spaventato e non circolò più intorno all’abbazia: quando incontrava Kelly mormorava scongiuri.
Il mio povero fratello ripetè fino ai suoi ultimi giorni che quei due non erano umani, appartenevano al popolo fatato, una strega e il suo demone.
Un giorno si seppe che la ragazza e Martin del vecchio pozzo, si chiamava così la contrada dove abitava il ragazzo, si erano innamorati e volevano sposarsi.
Li si incontrava dappertutto con le mani allacciate sempre stretti stretti; ma c’era la guerra e Martin dovette partire.
In aviazione.

Dopo pochi mesi il suo aereo venne abbattuto dai tedeschi sulla Manica: quando Kelly lo seppe si chiuse in casa per mesi, per tutto l’inverno: pare che stesse lì seduta a fissare il vuoto con il gatto in braccio, muta.
Nella prima estate riprese a uscire, con quel suo vestito rappezzato e l’immancabile compagnia del gattone: si aggirava tra le rovine dell’Abbazia mormorando strane preghiere, qualcuno giura che fuggisse da casa per rifugiarsi lì anche la notte a danzare tra i ruderi come se abbracciasse qualcuno.
Poi iniziò a trascorrere ore vicino alla palude, un posto mefitico come è adesso, parlando a Rufus che sono sicura le rispondeva. Una sera non tornò più e anche il micione scomparve. Subito si pensò al suicidio in quell’acqua stagnante, ma tutte le ricerche furono inutili. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
I genitori morirono dal dolore, credo, l’uno a poca distanza dall’altro e la casa andò in rovina.
Ogni tanto qualcuno afferma di aver visto Kelly aggirarsi intorno all’abbazia o alla palude insieme a quel suo gatto rosso oppure Kelly che danza ridendo sotto la pioggia, mentre il felino gioca con le gocce d’acqua.
Ma è solo fantasia, i morti non ritornano- e qui ci furono, da parte di Elinore, ben tre segni di croce.

Inutile dire che rimasi scosso da quel racconto e pensai subito di inserirlo in qualche modo nel mio romanzo; conclusi anche che di gatti come Rufus ce ne dovevano essere altri ancora in giro, quindi ero sicuro che l’avrei rincontrato.
Ma non ero preparato a quello che vidi qualche giorno dopo.

Piovigginava e tirava vento, tanto per cambiare e io ripensando al racconto di Elinore decisi di uscire nell’umido a camminare fino all’Abbazia.
Indossai il giaccone impermeabile col cappuccio e mi inoltrai nella campagna dove spiccava qua e là il bianco delle pecore. Vidi le rovine annerite sulla collina e mi affettai a passo spedito per raggiungerle quando un bisbiglio che si confondeva con il rumore della pioggia mi fece voltare verso lo stagno… e restai di pietra.
Di fronte a me, a pochi metri di distanza, c’era una ragazza alta e snella con un corto abitino passato di moda e i lunghissimi capelli al vento; noncurante dell’ombrello che stava per esserle portato via dalle raffiche, tenendo un piede sollevato come se danzasse, si chinava verso un grosso felino rossastro ridendo e parlandogli a bassa voce mentre il gatto con le zampine in aria cercava di acchiappar le gocce d’acqua.
Mi sfregai gli occhi, immobilizzato dalla sorpresa e dal gran gelo che all’improvviso avvertii quando lei alzò lo sguardo su di me, pupille nere come la notte più scura, e mormorò:
-Martin, lo sapevo che saresti tornato-
-Nooo- gridai quando allungò una mano per toccarmi e mi misi a correre in preda a un impulso che non ho mai saputo definire. Non era solo terrore. Ad un certo punto mi fermai con il cuore in gola e mi voltai…non c’era più nessuno: solo l’acqua, il vento, i ruderi e la sinistra palude in fondovalle.
Arrivai a casa trafelato, mi scolai una bottiglia di ottimo wisky e caddi in un sonno profondo da ubriaco. Quando mi svegliai ricordai tutto: non avevo sognato e il mio cervello funzionava perfettamente. Solo… Elinore e prima di lei Shakespeare avevano detto la verità: il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si era aperto per me.

Inutile aggiungere che per tutto il tempo che restai a Moffat, per cinque mesi, non vidi mai più il gatto e tantomeno la ragazza, per quanto li abbia cercati quasi ogni giorno nei ruderi e intorno al laghetto, tanto che cominciò a correre la voce che fossi strano anche io, come Kelly e Rufus tanti anni prima.
Non feci mai parola a nessuno del mio straordinario incontro, ne parlo solo ora, ora che la luce in fondo al tunnel della mia vita è ben visibile e sto per iniziare il mio ultimo romanzo: “Il velo tra i mondi”.

Londra Agosto 2065

9 pensieri su “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy(Hamlet, act I scene v)”

  1. il tuo migliore racconto gotico breve: l’abbazia distrutta da enrico VIII, lo stagno dove furono seppelliti i frati, le Highlands il gatto che gioca con le gocce d’acqua e lei, dagli occhi scuri come la notte che ritorna…amo questo tuo racconto…lo sai

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