Der Blaue Engel e Marlene Dietrich, la strega bisessuale di Hollywood

Morocco
Morocco (1930) Pers: Marlene Dietrich Dir: Josef Von Sternberg Ref: MOR015AT Photo Credit: [ Paramount / The Kobal Collection / Richee, E.R. ] Editorial use only related to cinema, television and personalities. Not for cover use, advertising or fictional works without specific prior agreement

Der Blaue Engel, L’Angelo Azzurro, film di Josef von Sternberg, durata: h 1.47
Nazionalità: Germania 1930
Nei cinema :Agosto 1930
La trama: Un anziano professore si innamora della cantante Lola (Marlene Dietrich) che lavora al cabaret “L’Angelo azzurro”. Riesce a sposarla per seguirla nelle tournée, affrontando vergogna e umiliazioni. Di ritorno due anni dopo all’”Angelo azzurro”, dapprima si rifiuta di dare spettacolo davanti agli ex allievi, e poi si fa buttare nella strada dopo una scenata di gelosia. Andrà a morire nella sua vecchia scuola.
Il film ha una forza incredibile, un pathos che ammalia e seduce proprio come seduce la Dietrich, o le eroine “peccaminose” dei melodrammi.
Lola fu il personaggio che consacrò Marlene (nata il 27 dicembre 1901 a Berlino con il nome di Maria

Magdalene Dietrich von Losch e morta il 6 maggio 1992 a Parigi) attrice famosa in tutto il mondo, una delle icone universali dell’eros.
Gambe, occhi, voce: per mezzo secolo, riassunta nei tre doni della sua fisicità, la diva è stata l’involucro diafano e fatato d’una pulsione femminea tanto più inquietante quanto più sotto la pelle affiorava la dura curva teutonica, il fondato sospetto dell’androginia.
Marlene fu, soprattutto, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, una cassa-continua dell’immaginazione maschile e per le donne un allarme e non soltanto una canzonettista provocante che faceva bene il suo mestiere.

Incarnò, agli occhi d’una società perbenista tentata dal demone, la figura emaciata dell’unica vera strega Hollywoodiana, metà uomo e metà donna, la quale , serbata la voce della caverna, conduce alla più soave delle perdizioni con uno sguardo inafferrabile, con un languido fuoco.
Alternava abiti folli, guaine che nulla lasciavano all’immaginazione, piume di struzzo e di gallo, volpi e velette, a pantaloni impeccabili e lucido cilindro, per stilizzare la sua bisessualità nelle forme più estreme dell’artificio. Marlene fu certamente il frutto di un’epoca torbida nella quale l’Europa esportava a Hollywood quell’immagine della propria perfetta indifferenza morale che all’America piaceva, perché vi avvertiva uno sfacelo che assolveva le sue crisi e consacrava la verità eversiva della natura.
Della Diva diceva Hemigwuay:
-Già con la sola sua voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo…-
A mio parere, a tanti anni di distanza, con il mio sentire, il fascino irresistibile di Marlene stava nella sua bisessualità, di cui del resto non faceva mistero.

Ora, l’erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la “presenza di un vissuto emotivo”: l’attesa, si potrebbe anche dire. Il crescendo del preludio, l’intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ed è proprio questa atmosfera sospesa e intrigante con orizzonti infuocati a fare da sfondo che Marlene, attraverso la sua ambigua sessualità, riusciva a trasmettere.
La pubblicità del primo film hollywoodiano della diva, Marocco, diceva: “Marlene Dietrich, la donna che tutte le donne vogliono vedere”.
Nel 1932 l’attrice conobbe la scrittrice e sceneggiatrice ispano-americana Mercedes de Acosta, amante di Greta Garbo. L’incontro avvenne durante un ricevimento, nella cucina della casa, dove Mercedes si era rifugiata piangendo perché – le disse – la Garbo la faceva soffrire. Marlene voleva consolarla e la invitò a cena a casa sua. Dopo pochi giorni le scriveva già lettere d’amore che cominciavano con “tesoro mio”, firmate con “Il principe bianco”. La relazione durò un anno: poi Marlene la lasciò.

Nell’estate del 1939, durante una vacanza sulla Costa Azzurra, s’innamorò da lontano, avvistandola sul suo yacht, dell’ereditiera americana Jo Castairs, che viaggiava per tutto il mondo in barca a vela. Ne nacque una breve relazione: pare che Jo fosse l’unica che potesse permettersi di chiamare Marlene “baby”.
Nel 1923 Marlene Dietrich aveva sposato il regista Rudolf Sieber: un “matrimonio aperto” senza convivenza, dal quale tuttavia nasce l’anno dopo la sua unica figlia, Maria .E le stesse caratteristiche ebbe l’altro suo rapporto con il regista Josef von Sternberg, in sospetto diomosessualità, un sodalizio più professionale e sociale che amoroso.
Nel mondo dello spettacolo, i matrimoni di copertura tra lesbiche, bisessuali e gay, assai frequenti, venivano chiamati lavender marriages. L’ambiente di Hollywood era ufficialmente molto puritano, dopo l’approvazione nel 1929 del tristemente noto “codice Hays”, che metteva al bando l’”immoralità” sia sullo schermo che nella vita privata degli attori. La Dietrich era meno discreta. Nei suoi film giocò spesso il ruolo di fredda e sardonica “donna fatale”, talvolta in abiti maschili, come nella vita. I suoi numerosi love affairs con donne e uomini ( ebbe una infuocata relazione anche con Frank Sinatra)erano pubblici, e poche altre attrici si sono meno preoccupate di tutelare la propria privacy.
Marlene rappresentò provocatoriamente questa sua libertà nella scena di Marocco in cui bacia sulle labbra una donna del pubblico dopo la fine della canzone.

In una intervista disse: “In Europa non conta se sei un uomo o una donna. Noi facciamo l’amore con chiunque troviamo attraente”.
Eccolo l’eterno fascino di Marlene: la libertà di amare, senza inibizioni e tabù di sorta. Che l’amore e l’eros han mille facce: di solito però nella nostra vita riusciamo a svelarne ben poche….ed è un vero peccato.

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