“La Ballade des pendus” di Francois Villon (1462) e la ballata degli impiccati di De André (1968): due Grandi a confronto

impiccati

François Villon (pseudonimo de François de Moncorbier),il più conosciuto dei poeti francesi medioevali, ha lasciato innumerevoli opere, tra le quali la più famosa è “La ballade des pendus” del 1462,una splendida quanto macabra poesia, in sostanza un invito alla pietà e all’amore anche verso chi ha gravemente peccato.
-E non vi sdegni il nome di fratelli,
anche se noi morimmo giustiziati-
Amo particolarmente questi due versi.
Non dimentichiamo che Villon stesso, condannato a morte ma graziato in seguito, visse in prima persona l’attesa di una morte atroce.
La Ballade des pendus
Frères humains qui après nous vivez,
N’ayez les cuers contre nous endurcis,
Car, se pitié de nous povres avez,
Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
Quant de la char, que trop avons nourrie,
Elle est pieça devoree et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal personne ne s’en rie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Se vous clamons, freres, pas n’en devez
Avoir desdaing, quoy que fusmes occis
Par justice. Toutefois, cous sçavez
Que tous hommes n’ont pas bon sens rassis;
Excusez nous, puis que sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous preservant de l’infernale fouldre.
Nous sommes mors, ame ne nous harie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

La pluye nous a buez et lavez,
Et le soleil dessechiez et noircis;
Pies, corbeaulx nous ont les yeux cavez,
Et arrachié la barbe et les sourcis.
Jamis nul temps nous ne sommes assis;
Puis ça, puis la, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charie,
Plus becquetez d’oyseaulx que dez a couldre.
Ne soiez donc de nostre confrarie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Prince Jhesus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu’enfer n’ait de nous seigneurie:
A luy n’ayons que faire ne que souldre.
Hommes, ici n’a point de mocquerie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!

La ballata degli impiccati

Fratelli ancora vivi, o umana gente,
non siate contro noi duri e spietati!
Più presto troverete Iddio clemente,
pietà portando a questi disgraziati…
Cinque, sei, ci vedete qui impiccati:
già in polvere si va, stecchito ossame,
ché i corpi, cui saziammo cento brame,
da un pezzo sono putridi e distrutti…
Non irridete questa sorte infame,
ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

E non vi sdegni il nome di fratelli,
anche se noi morimmo giustiziati:
spesso difetta il senno nei cervelli,
voi lo sapete, e avvengono i peccati…
poiché la morte adesso ci ha ghiacciati,
fate che Cristo scusi i nostri torti,
che avaro non ci sia dei suoi conforti
e nel fuoco infernale non ci butti!
Nessuno ci molesti: siamo morti.
Ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

Ci lisciò la pioggia e ci ha lavati,
e neri e secchi diventammo al sole:
le gazze e i corvi gli occhi hanno strappati
e barbe e ciglia… Macabre carriole,
il vento ci sballotta come vuole,
di qua, di là, mai fermi – e le beccate
in ditali le salme hanno mutate…
e sempre avanti e indietro, come i flutti…
Di questa compagnia, dunque, non siate,
ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

Principe da cui siamo governati,
Satana non ci tenga incatenati:
più nulla noi facciamo che gli frutti…
uomini, basta con gli scherni usati,
ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

Francois Villon

E ora il grande DE André nella sua personale versione della ballata degli impiccati:

La ballata degli impiccati- Fabrizio de André-1968

Testo

Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce.

L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta.

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora.

Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo
di chi muore senza perdono.

Chi derise la nostra sconfitta
e l’estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.

Chi la terra ci sparse sull’ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch’egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.

La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

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