La contessa Bellentani e l’omicidio Sacchi:il delitto dell’ermellino (EPILOGO)

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E così arriviamo alla famosa sera del 15 settembre, quella della sfilata a Villa d’Este.

Tra gli invitati vi erano molti giornalisti, una dei quali, Elsa Haertter, prese appuntiper la rivista “Epoca” che in questo modo poté pubblicare subito il resoconto dettagliatodi quella sfilata con delitto.
Ecco alcuni stralci dei suoi appunti:
-Invitata al tavolo dalla Sig. Sacchi fui da lei presentata alla sig. Dulfer e alla contessaBellentani (notare come le due donne sedessero tranquillamente allo stesso tavolo…) la quale poco dopo, senza pronunciare una parola, si alzò di scatto e si allontanò seguita dalla Dulfer…-
e ancora:
-Alzai un momento lo sguardo, stavo parlando con la sig. Sacchi e vidi, dietro le suespalle, alla distanza di due o tre metri in direzione del bar la bianca silhuette dellaBellentani e vicino la figura alta e snella di Carlo Sacchi.
Stavano conversando.
Ad un certo momento udii un colpo secco che dato il chiasso non individuai subito come di rivoltella.
Mi voltai e notai la Bellentani nella stessa posizione di prima, ma gesticolante, con lamano che stringeva l’arma rivolta verso l’alto, mentre gridava:
-Non spara più, non spara più….-
e Sacchi che si contorceva per terra rantolando orribilmente, le mani strette al cuore.
Poi arrivò un signore che schiaffeggiò la donna e la confusione fu totale-

La Bellentani fu arrestata e portata al carcere di S.Donnino a Como. La contessa raccontò in seguito che cosa si dissero lei e l’amante in quell’ultimo colloquio:
-Beh, che cosa vuoi ancora, che ti prende?-
-Nulla, ma stavolta è finita davvero, puoi credermi….-
-Che cosa intendi dire?-
-Che ti posso uccidere- lui parve incredulo e allora lei continuò:
-Ho qui la pistola-
-I soliti romanzi a fumetti di voi donne; i soliti terroni spacconi-
E allora lei sparò.
Nella sua prima dichiarazione alla polizia la Bellentani parlò di un incidente, poi disseche voleva uccidersi di fronte a lui ma che il sarcasmo dell’uomo le aveva fatto perdere la testa.

Ci furono anche parecchi testimoni che asserirono come la nobildonna, furente di gelosia, da tempo perseguitasse il Sacchi, tanto che lui ebbe a confessare ad un’amica, la signora Tremolada, la sera stessa della sua morte:
-Qui c’è qualcuna che me l’ha giurata, ho paura che uscirò morto da qui questa sera…-

Il processo si aprì il 4 marzo 1952 alla corte d’Assise di Como.
La difesa nella persona dell’avvocato Angelo Luzzani chiese una perizia psichiatrica che
effettuò il prof. Filippo Saporito ( famoso psichiatra di quei tempi).
La donna venne rinchiusa nel manicomio criminale di Aversa e l’illustre clinico dichiaròche Pia era vittima di un male ereditario, che fin da ragazza soffriva di annebbiamenti mentali, turbamenti, smarrimenti; che l’idea del suicidio l’aveva accompagnata per tutta la vita e che forse, uccidendo l’amante, aveva ucciso se stessa (sic).
Attestò il vizio totale di mente considerandola quindi non imputabile.
Ma il procuratore generale Antonio Triburzio che definì la Bellentani nientr’altro che una moderna Bovary, chiese una controperizia che fu affidata al prof. Petrò.
Quest’ultimo si pronunciò per la seminfermità di mente e quest’ultima diagnosi fu ritenuta quella valida.
In conseguenza di ciò il 12 Marzo il tribunale condannò Pia Bellentani ad una pena che fu pressoché all’unanimità considerata davvero mite:
-10 anni di reclusione di cui 3 condonati e 3 da trascorrere in una casa di cura-
Successivamente la pena fu ulteriormente ridotta in appello a 7 anni e 10 mesi con la conferma dei tre di condono e tre in casa di cura.
La nobile prigioniera, rinchiusa, si distraeva leggendo e suonando Chopin e Litz.
Le fu accordato anche un pianoforte personale.
Il 23 Dicembre 1955 Pia Bellentani fu graziata dal Presidente della Repubblica e lasciò con sei mesi di anticipo il manicomio di Pozzuoli dove era stata nel frattempo trasferita.

Ad attenderla al portone la contessa trovò un gruppo di fotografi.
Lei, al braccio del suo avvocato, elegante, altera e perfettamente truccata si limitò asalutare alzando il braccio, poi salì su una lussuosa macchina nera che partì alla voltadell’Abruzzo.

Il conte Bellentani che si era trasferito a Montecarlo morì poco dopo la scarcerazione diPia.
Appena libera la nobildonna comunicò ai giornalisti di aver l’intenzione di scrivere le sue memorie per devolvere il ricavato della vendita agli orfani di Carlo Sacchi.
Per tutta risposta si beccò una querela da parte della vedova.
Concludo con un frammento di cronaca giornaliera di Vitaliano Brancati che seguì tutto il processo per farne un resoconto completo che poi pubblicò:
-Mossasi dalla campagna con la mezza educazione romantica dei collegi religiosi, con una ben chiara mancanza di cultura, una ben chiara mediocrità di spirito e un ricorrente mal di capo che, all’esame dei nostri poeti della psichiatria è diventata malinconia, presentimento della morte etc etc, Pia Bellentani approda in una società priva di passioni, di vitalità e di cultura, composta di gente tutta ricca e altolocata, ma con una personalità di mezza tacca.
Qui, in questo meschino ambiente dove tutto è fiacco anche l’attrazione fisica, Carlo Sacchi, che, fra l’altro, pare fosse un brav’uomo nel significato comune della parola, fa l’effetto di un cinico scandaloso.
Finisce col credere di essere lui stesso l’incarnazione del male.
Diavolo da due soldi si dedica far strage di cuori tra donne a dir poco immature.
Forse l’ex-educanda con crisi di misticismo avrebbe voluto convertirlo, strappandolo alle fiamme dell’inferno a cui era sicuramente destinato-

Nulla cambia sotto il sole  :  La legge è uguale per tutti ma per alcuni ha corsie preferenziali…

 

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