Il rito dell’imbalsamazione nell’antico egitto: un’opera d’arte iniziata nel 4500 a.c.

mummia

 

Sono molto interessata al Libro dei morti degli antichi egizi e particolarmente all’antichissimo rito dell’imbalsamazione che tanti tesori ci ha preservato attraverso i secoli: ma, invece di raccontare come questa avveniva, ho pensato di far parlare un illustre defunto, rendendo il tutto più fantasioso. Il rituale, riservato ai potenti, politici e religiosi, è riportato scrupolosamente.

Ora ero morto. Il mio respiro volò via, e io entrai in una plaga senza luci né rumori.
Assistetti così alla mia imbalsamazione.
Un uncino mi entrò in una narice, mi salì su per il naso e si immerse nel cervello: l’operazione fu ripetuta più volte; dalle mie narici uscivano dei frammenti di tessuto simili a spugna secca. Poi gli imbalsamatori mi versarono nel cranio un liquido caustico- mistura di cenere e calce- per dissolvere ogni residuo che potesse imputridire.
Per molti giorni lavorarono intorno al mio corpo. Di tanto in tanto mi sollevavano per i piedi, poi mi ribaltavano, per agitare quella caustica miscela che mi smangiò anche gli occhi.
A un certo punto paticarono una incisione sul lato del mio ventre con un coltello  affilatissimo,poi cominciarono a frugare, a frugare…
Non provavo nessun dolore, sognavo città alla deriva sul Nilo, come isole galleggianti.
Il mio cuore , insieme ai polmoni, fu deposto in un vaso, il mio stomaco in un altro, così il fegato e gli intestini. Insomma tutti i miei organi ora si trovavano in luoghi diversi, nei Canopi, immersi in salamoia, fra le spezie.
Poi, dopo aver lavato e rilavato la cavità vuota del mio corpo con vino di palma, vi inserirono spezie, pepe, basilico, foglie di timo, di salvia e miele purissimo.
Il cavo del costato fu cosparso di un balsamo all’arancia, mentre dall’addome fu rimosso ogni ostinato residuo di viscere con balsamo al limone; venne infine inserita in me della mirra insieme a foglie, gambi e scorza di cinnamomo.
Finito che ebbero, gli imbalsamatori suturarono il taglio lungo il fianco, prima di immergermi in un bagno di natron- quel sale che indurisce la carne come pietra- dove giacqui per giorni interminabili, oppresso da pesi che mi trattenevano sul fondo.
Lentamentele acque del mio corpo vennero assorbite da quel sale e divenni duro come una roccia.

Il guscio del mio corpo si fece pietra millenaria.
Infine, mondato dal natron, fui cosparso di un balsamo profumatissimo che non conteneva meno di dieci essenze.
Mi furono indorate le unghie, poi mi avvolsero il capo in bende speciali: quella di Nekheb intorno alla fronte, la benda di Hathor sulle guance, e quella di Toth sulle orecchie.
Mi sistemarono panni di lino dentro la bocca, dietro la nuca e a coprire il viso; i piedi furono avvolti in fasce che portavano l’effige di Anubi, altrettanto le mani con le figure di Iside e Ra.
Poi sparsero su di me fiori di “ankham” ( n.d.a.: molto probabilmente l’ankham citato così spesso nei Libri dei Morti era una specie di gelsomino dal profumo intenso e particolare ora scomparsa) e ancora pezzuole e viluppi di bende ben strette a colmare ogni interstizio.
Collocarono sotto le fasciature amuleti d’oro, turchese, argento, lapislazzuli, quarzo e cornalina.
Respirai all’improvviso il profumo della resina balsamica che avrebbe incollati i panni alla mia pelle di pietra.
Un giorno sentii finalmente il rumore prodotto sul selciato dalla slitta che, carica del mio feretro, veniva trainata verso la tomba, ove sarei stato racchiuso nel sarcofago.
Udivo i sommessi singhiozzi delle donne, delicati come stridi di gabbiani in lontananza e i sacerdoti salmodianti:
-Il dio Horo s’avanza col suo Ka-
Infine il feretro venne deposto sui gradini della tomba.

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